Il campo di battaglia conta


Bologna sta cambiando, lo dicono più o meno tutte le istituzioni della società politica, cioè quella parte parassitaria e socialista (o anticomunista) che da trent’anni è severo custode della sovranità nel territorio.
In qualche maniera questi Luigi XVI hanno ragione, anche se, a nostro parere, percepiscono l’inizio di un terremoto, ma non le cause dello smottamento.
Bologna è cambiata lungo due direttrici, la prima delle quali è il suo sviluppo definitivamente orrizontale e regionale che l’ha portata ad integrarsi con paesi e quartieri che impriopriamente vengono definiti periferia.
Secondo questa dimensione d’analisi Bologna è già metropolitana, cross point di un territorio distribuito ma integrato.
Ma c’è di più. Dalla fine degli anni ’70 Bologna ha decisamente messo in crisi le sue fabbriche. Per lunghissimo tempo sindacato e partito hanno descritto Bologna come isola felice, la cui circonferenza era composta dalle fabbriche (dalla GD alla Casaralta, dalla Sabiem alla Breda Menarini) nella quale una classe operaria tecnicamente specializzata e politicamente massa era diventata governo.
Per lungo tempo siamo stati sospesi tra un non più ed un non ancora, ma l’ambiguità ormai è finita: a Bologna il ciclo meccanico è stato integrato in un nuovo, più ampio e tendenzialmente egemonico, paradigma produttivo che per semplicità chiamiamo era del proletariato immateriale.
In esso il linguaggio la merce prodotta, la relazione il flusso logistico, la governance il modello organizzativo, l’Università (nella sua connotazione più estesa e sociale) la sua prima ed ultima grande fabbrica.
Questo non ci porta a pensare che le nuove contraddizioni tra capitale e lavoro siano divenute leggere e felici: esse, al contrario, sono sempre più feroci e dure, così come le condizioni del lavoro vivo sono sempre più concretamente materiali e dure.
La cifra del nuovo ciclo, però, è la rottura con la fisicità della merce prodotta e l’aumento enorme di sapere vivo nel processo produttivo complessivo ed in ogni suo frammento.
Nel 2007 l’egemonia economica del lavoro immateriale è già realtà e costituisce, ora e per il futuro, il carattere metropolitano della città. Proprio per questo, oggi attraversare una metropoli è attraversare una fabbrica immateriale.
Se questo è allora possiamo definitivamente leggere il politico con gli occhi del presente perchè come “l’egemonia dell’operaio sulla fabbrica era stata costruita nel progetto comunista, così l’egemonia del lavoro immateriale e della moltitudine cognitiva, della metropoli, può essere costruita, dentro e contro il progetto di produzione, nel comune”.
Cominciamo quindi con il notare che i nuovi laboratori politici della città hanno trovato sede proprio nelle spazialità abbandonate dal vecchio ciclo di accumulazione: le nuove soggettività si sono appropriate dei laboratori dei vecchi rentier ricombinandoli in spazi di organizzazione del lavoro vivo metropolitano.
Se potessimo guardare dall’alto la topologia dei Centri Sociali di Bologna degli ultimi dieci anni potremmo vedere che essi hanno costituito una metaforica cintura della città, come nuove fortificazioni di un nuovo assedio verso il centro.
Essi rappresentano l’esperimento più avanzato della ricerca del politico comune per il nuovo lavoratore collettivo, costituendo esempi di spazio pubblico e di nuova cittadinanza nella quale vita, sapere e desiderio si concatenano per ripensare la metropoli.
Spesso i Centri sociali sono anche una camera di decompressione delle violenze della fine del ciclo fordista: l’aiuto nella ricerca di accesso al reddito, i servizi mutuali di autoassegnazione di case e le pratiche di autoriduzione hanno rappresentato l’embrione metaforico di un nuovo welfare municipale.
La dimensione metropolitana della città impone ora la ricerca di un nuovo inizio all’altezza dei tempi. Appare infatti necessario l’apertura di un nuovo cantiere di progettazione che assuma fino in fondo la centralità produttiva del lavoro immateriale sullo sfondo del divenire metropoli di Bologna.
La sfida che tutti e tutte abbiamo di fronte è quella di capire come si costituisca l’agenda ed il programma, cosa significhi la ricerca del comune e l’organizzazione all’interno di un frame politico- sociale così ricco di differenze.
Potremmo anche dire che il punto di partenza è il riconoscimento dell’enorme potenza sovversiva che possiede ed innerva la moltitudine produttiva nella metropoli e il parrassitismo dei nuovi rentier.
Il processo di ricerca non può essere astratto, ma va vissuto partendo dall’accumulo soggettivo che le lotte ci hanno lasciato: cominciamo a riconoscere come gli spazi nella metropoli siano nuovi laboratori politici.
I Centri sociali stanno diventando i luoghi di trasformazione della città, luoghi comuni per connettere socialmente le migliaia di nuovi produttori immateriali, oltre e contro il lavoro, ma anche sapendo valorizzare i saperi e gli strumenti del lavoro.
Secondo questa prospettiva i Centri possono essere il blog central della metropoli, della quale divengono i punti di approdo concreti e materiali per trasformare il presente. Centro sociale, infatti, è la scommessa mai risolta e sempre nuova di capire come sia possibile connettere le nuove forme del lavoro, gli effetti (nuovi e del tutto drammatici) della separazione del denaro guadagnato dal tempo lavorato, dei diritti dalla legge che si fa norma, della vita dal comando.
Se potessimo usare una nuova e più estrema metafora, gli spazi sociali sono gli studi dei nuovi architetti ed urbanisti della metropoli che hanno il compito di interpretarne la stupefacente complessità, di leggerne l’eccendenza rispetto ai dispositivi di inclusione, cioè di valorizzazione, e di controllo biopolitico, cioè di polizia sul bios, di disegnare la nuova opera d’arte: pianificare la via di fuga, strutturare l’esodo e garantirne la protezione.
I nuovi attori della trasformazione metropolitana sono artisti in quanto sanno creare l’anomalia della rottura dove la normalità è lo sfruttamento, ed artigiani in quanto ogni loro opera è sempre diversa, non diviene mai industriale, ma è sempre singolare ed originale.
Potremmo dire che parlare alla moltitudine nella metropoli voglia dire produrre atti artistici esemplari nel conflitto sociale, volendo così riassumere la necessità di esemplificare la rivoluzione nella complessità e l’obbligo di parlare a molti e differenti, sapendo quindi tradurre ciò che razionalità e molteplicità possono nascondere.
I Centri Sociali possono finalmente essere le basi dalle quali partire per inchiestare la città, cartografare le soggettivà, sognare la fine della miseria del presente proprio lì , all’incrocio tra sapere e vita.
Proviamoci e prepariamo i piani d’attacco,
Il campo di battaglia conta qua a Bologna!