Bologna vista da via Zamboni


Nel mezzo di ogni attimo la percezione si fa corpo: trattiene il frammento di un flusso, ne ritaglia una porzione. Al contempo reinventa, si esprime, crea.
Circuiti comunicativi innervano Bologna, la ricreano continuamente nella materialità degli stili e delle immagini. Chi ci abita li vive, chi ne è lontano ne sente l’eco.
La Bologna dell’innovazione politica e della sperimentazione artistica e culturale è una creazione collettiva. Può esistere solo in uno spazio pubblico, non perimetrabile, costitutivamente aperto ed attraversabile:
l’innovazione di qualsiasi sapere è sempre un’esercizio comune, una pratica dell’intellettualità diffusa.
Inutile dire quale sia il ruolo della composizione studentesca all’interno del tessuto metropolitano, quale ricchezza espressiva rappresentiamo.
La costruzione del nostro vivere, le nostre forme di vita attraversano contemporaneamente gli edifici universitari, le strade e le piazze: suoni e saperi in movimento.
L’università diviene metropoli innanzitutto perchè noi portiamo quel che siamo ben oltre l’accademia, perchè il nostro agire- comunicando si spalma sull’intera Bologna.
Su Bologna, sempre più cara e meno accessibile per i portafogli di chi attraversandola ne costituisce la ricchezza materiale e immateriale, per il prisma del precariato metropolitano.
La Bologna delle politiche di “sicurezza”, ovvero il tentativo di operare una elezione tra le forme di vita, una frattura tra i flussi espressivi e i corpi in movimento che innervano lo spazio metropolitano: le retoriche della sicurezza, del degrado e della legalità costituiscono il piano della legittimazione politica degli sgomberi dei centri sociali, della
militarizzazione degli spazi pubblici, dei tentativi di disciplinare comportamenti e forme dello stare insieme. stiamo assistendo ad un processo di affermazione strutturale di un paradigma di controllo del lavoro vivo costruito attorno alla precarizzazione delle esistenze, a dispositivi di accesso differenziali alla cittadinanza e alla gerarchizzazione
delle forme di vita metropolitane.

Che fare?
Pensare la metropoli come unità di produzione significa mettere al centro
della ricerca politica da un lato la tensione che si dà costantemente tra le pratiche di sperimentazione espressiva, singolari e collettive, e i dispositivi del controllo sociale; e dall’altro agire quella contraddizione che vede sempre più il capitale divenire rendita e il lavoro unico protagonista della produzione metropolitana.
Partiamo da noi, dal nostro “essere ibridi”, studenti e precari, lavoratori della creazione e produttori di valore. Dalle potenzialità della nostra cooperazione.
costruiamo politica dentro e contro l’università dei numeri chiusi, decostruendo dispositivi di inclusione differenziale, di selezione e di gerarchizzazione della forza-lavoro cognitiva. praticare autoformazione nelle facoltà e nella metropoli significa
istituire territori di autogestione e di decisione comune: affermare l’autonomia del sapere-vivo. Costruire autonomia significa anche lottare per il libero accesso ai saperi,
alle tecnologie, alle reti comunicative metropolitane. Uscire dal ricatto economico, reclamare reddito. attorno alle tematiche del reddito e della riappropriazione è oggi più che mai importante riuscire a dislocare il terreno strategico dei conflitti metropolitani.
I centri sociali, le reti di inchiesta e di autoformazione, gli spazi autogestiti nelle facoltà sono risorse preziose per ricominciare a costruire con-ricerca metropolitana e prassi politica all’altezza della metamorfosi qualitativa del lavoro e della composizione di classe.

Spero che questo sguardo sulla metropoli possa incrociare altri sguardi,
sicuro che costruire connessioni significa mettere al centro il comune, come condizione di possibilità e allo stesso tempo posta in palio della soggettivazione politica, tradurne la potenza produttiva in pratica della sovversione.