Paura e desiderio della metropoli



L’anonimato, l’indifferenza reciproca, la coesistenza di esperienze, culture e mondi:
È questo che ci attira nella metropoli. La possibilità che essa offre agli individui di farsi la propria vita, al di fuori dello spazio disciplinato della comunità, della famiglia, della provincia asfissiante.
Lo spazio urbano accoglie tra le sue infinite pieghe e smagliature, tutte le vite queer, diverse, eccentriche, con le sue promesse di incontri, di piaceri, di potenzialità latenti.
L’identità della metropoli non può che essere ibrida e multipla, almeno superficialmente, se vuole trattenere le diversità che la costruiscono alimentando la sua accumulazione di ricchezza e rendita. Le soggettività desideranti sono la materia prima della produzione sociale e culturale.
Al tempo stesso la tenuta di questo coacervo ingovernabile è sempre in divenire.
L’economia desiderante della metropoli è complessa e sfugge continuamente al controllo politico in ogni punto, come alla rappresentanza e alla rappresentazione unitarie. Si producono soggettivazioni politiche, insubordinazioni radicali, e le figure della produzione materiale e immateriale si sottraggono, si sollevano, rivendicano la loro quota di produzione sociale, in termini di redistribuzione di reddito, potere e cittadinanza reale. I dispositivi economici, sociali, culturali, sessuali e le regolazioni dei flussi, devono garantire lo sfruttamento e il controllo e sono costretti
a rimodularsi continuamente, per evitare il punto di rottura.
Visto da una prospettiva gay-lesbica-trans, lo spazio metropolitano è l’unico abitabile, vivibile, attraversabile. È qui, dove flussi sociali, esperienze e desideri producono interazioni nuove, pulsano, si scontrano, cortocircuitano, consentendo ribaltamenti e inversioni temporanee, che il dispositivo di sessualità si rimodula e si costituiscono nuovi corpi, generi, sessualità, forme di vita e affetto.

Non è un caso, però che la città, questa città in particolare, incarni il desiderio della metropoli per le vite gay, lesbiche e trans e le individualità non conformi.
Negli anni settanta Bologna ha aperto in forma esemplare la questione della soggettività individuale e collettiva come eccedenza di desiderio: di un desiderio aperto sull’intera società, come possibilità di trasformazione di sé e del mondo.
Il rifiuto dei saperi, dei ruoli sociali e sessuali imposti, furono al centro di un decennio che mandò in crisi un modo di produzione del soggetto, una forma di vita normativa. Per alcuni era la disciplina di fabbrica, per altri l’organizzazione gerarchica dei saperi, per alcune la famiglia patriarcale e il matrimonio, per altri l’eterosessualità obbligatoria.
Dopo la rottura culminata nel ’77, la reazione sedentaria, identitaria, proprietaria, ha isolato il movimento desiderante e desertificato la città, reimponendo il modello coeso e laborioso dell’Emilia rossa.
Il movimento, anche gay-lesbico-trans-queer, è tornato sottotraccia o negli spazi concessi, lasciando sul territorio l’esperienza di una sperimentazione libera che ha perlomeno ampliato le forme di identità sociale e sessuale vivibili.
Ma non si è certo interrotto, nella metropoli desiderante, il lavorio quotidiano di decostruzione degli immaginari dominanti e di affermazione di nuovi stili di vita.

Ancora oggi, la coesistenza di una intellettualità diffusa, attorno all’università e alla produzione artistica e culturale, la dimensione di ricerca che le caratterizza, consentono una sperimentazione individuale e collettiva che è incitata, o almeno contenuta e tollerata entro certi margini.
Il limite è fissato di volta in volta dalle capacità di riassorbimento e messa a sistema: una comunità gay-lesbo-trans è tollerata nella misura in cui si mette in fila nei luoghi preposti alla sua circolazione (circoli, saune, discoteche); una certa fauna metropolitana finchè si limita a vivacizzare la scena artistica, senza attaccare il sistema culturale; le aggregazioni studentesche saranno riconducibili ai percorsi di ricerca accademici o all’industria culturale e dell’informazione; la presenza migrante funziona come forza lavoro a basso costo, senza pretendere di alterare l’identità bianca e cattolica della città; tutte insieme queste e altre figure competono sul mercato degli affitti e delle agenzie interinali.
Persino alcune forme di autogestione radicale dello spazio, come i centri sociali, hanno funzionato talvolta come serbatoi di contenimento dei bisogni giovanili e nicchie di incubazione di nuove tendenze e stili di vita, da testare successivamente sul mercato. Infine, i mercati illegali e sommersi: dagli affitti in nero, allo spaccio di droga, allo sfruttamento della prostituzione, ad alimentare l’altra faccia, intrecciata e complementare a quella pulita dell’economia cittadina.
Nell’attuale crisi di Bologna, questo equilibrio flessibile si è rotto, ha prevalso la tentazione di governare con la paura, strumento solitamente utilizzato per ricondurre all’ordine settori sociali insubordinati, scagliandovi contro la cittadinanza intera.
Oggi, la contrazione dello spazio urbano avviene, più che per una spinta dal basso da contenere, per l’esaurirsi di quel modello emiliano già presagita dal ‘77 e per l’incapacità del ceto politico di leggere il volto della metropoli che cambia, attraversata da flussi globali.
La torsione securitaria, prodotta dall’irrigidimento isterico del potere, scatena e cavalca le inquietudini e le paure profonde di tutti.
La paura della metropoli, di diventare metropoli, la richiesta di ripristinare un ordine, una sicurezza, un’identità perdute, vengono incitate e alimentate, fingendo di non sapere che non si può tornare indietro, a una immagine da cartolina anni cinquanta.
Improvvisamente, l’indifferenza e l’estraneità di tutti a tutti diventano paura dell’altro, dell’estraneo, del diverso che mi invade, mi aggredisce, mi deruba o, quantomeno, mi disturba con la sua presenza inappropriata. In un gioco di specchi deformanti per cui, ad esempio, la comunità gay è additata come minaccia alla tradizionale identità della città , e al contempo, assieme alla libertà femminile, usata come feticcio democratico, contro l’integralismo islamico presunto dei migranti.
La spinta securitaria ha il respiro corto e finisce presto per r cortocircuitare gli stessi flussi produttivi capitalistici. Come è accaduto in alcune cittadine americane che, dopo un paio d’anni di politiche di tolleranza zero contro i clandestini messicani, hanno invertito la tendenza, per la crisi economica che la loro espulsione aveva innescato.
La città in cui precariamente viviamo e produciamo, non può adattarsi a lungo sotto questa maschera da strapaese di provincia, con sindaco, prefetto e vescovo in processione dietro l’icona della beata vergine.
Meglio agire subito e approfittare di questo vuoto di immaginario, per guardare oltre la grottesca parata del folklore cittadino e provare a intravedere la metropoli a venire,
aprendo il laboratorio del conflitto per la sua costituzione.