
Il gusto dell’azzardo, di una scommessa insieme politica e culturale: partiamo da qui, per riaprire un ragionamento su Bologna. Non siamo insensibili alla cronaca politica cittadina. Ci siamo battuti contro il “modello Cofferati”, lo abbiamo subito sulla nostra pelle. Non abbiamo accettato gli sgomberi e abbiamo denunciato la miseria delle retoriche della sicurezza e della legalità, schierandoci senza indugi a fianco di coloro che ne venivano colpiti. Continueremo a farlo. Ma vogliamo andare oltre. Per questo scommettiamo: scommettiamo sul fatto che quelle retoriche coprano il nulla, che chi le ha promosse sia destinato a esserne travolto, che Bologna viva una crisi a cui nessuna delle forze politiche cittadine pare in grado di offrire una soluzione.
È la crisi seguita al lento consumarsi di un progetto di città costruito nei lunghi decenni del dopoguerra all’insegna di uno specifico riformismo.
Il ’77 l’aveva annunciata, gli anni Ottanta e Novanta l’hanno portata a definitiva maturazione. Guazzaloca e Cofferati sono stati soltanto due volti di questa crisi, capaci certo di ammiccare a interessi di bottega diversamente qualificati ma non di proporre una diversa immagine di sistema urbano e metropolitano.
Nel vuoto di progetto hanno finito per riguadagnare spazi perfino le gerarchie cattoliche, promuovendo una restaurazione culturale che ha reso ancor più cupa e decadente l’atmosfera di crisi che la città sta vivendo.
Una diversa immagine di sistema urbano e metropolitano, abbiamo detto.
Da tempo insistiamo sul fatto che la metropoli è il terreno decisivo su cui si giocano i conflitti del presente, e nelle prossime settimane proporremo proprio a Bologna un appuntamento seminariale su questa ipotesi.
Ma che cosa è oggi la metropoli? È la forma specifica, per dirla in modo semplice, attraverso cui un territorio determinato si apre al mondo, sotto il profilo culturale non meno che economico. Ma al tempo stesso la metropoli è realtà e virtualità, attualità e potenza. Perché un territorio divenga metropoli, l’apertura al mondo deve vivere nella cooperazione sociale e negli immaginari, nei comportamenti, nei bisogni e nei desideri che lo investono.
Saperi e competenze sedimentati nel tempo, reti e risorse materiali e immateriali, una gigantesca accumulazione di capitale culturale e sociale oltre che economico rientrano tra gli elementi di virtualità senza cui non si può immaginare il divenire metropoli di un territorio. La produzione della forma metropoli – nonché dell’enorme valore aggiunto che sotto il profilo economico a essa si accompagna – è l’esito di una traduzione in progetto complessivo di questi elementi di virtualità. Conosciamo la realtà della metropoli contemporanea a livello planetario, pur nella straordinaria varietà di forme in cui si presenta: laddove è pienamente dispiegata, si definisce all’incrocio tra la miseria degli slum e lo scintillio dei centri direzionali in cui si annodano i fili del comando sull’economia mondiale.
E sappiamo bene quanta violenza è all’opera nei dispositivi di sfruttamento e dominio che innervano la specifica traduzione progettuale da cui scaturisce questa realtà metropolitana, al tempo stesso icona e decisivo momento di articolazione del capitale globale. Laddove la forma metropoli è data, in ogni caso, una realtà nuova della lotta di classe emerge, investendo potenzialmente ciascuno dei dispositivi di dominio e di sfruttamento che la attraversano e ponendo come compito fondamentale una diversa qualificazione politica – una diversa appropriazione – del terreno comune che la metropoli comunque rappresenta.
Non siamo né a New York né a Shanghai, ma vale la pena di domandarsi:
Bologna è una metropoli? Proviamo a rispondere in modo provocatorio: non lo è nella realtà, lo è in potenza. Gli elementi di virtualità di cui parlavamo sono dati nel territorio bolognese: il lavoro cognitivo in formazione e formato che ruota attorno all’università da una parte, il lavoro migrante che sostiene la produttività dell’industria e dei servizi dall’altra ne costituiscono eccellenti esemplificazioni. Sotto il profilo degli stili di vita, di una produzione artistica e culturale che attraversa anche gli spazi sociali autogestiti e i luoghi del “movimento”, Bologna è concretamente immaginata e vissuta come una metropoli. Considerati attraverso il prisma di questa immaginazione e di questa vita, risaltano ancora di più la miseria delle retoriche pubbliche e il vuoto di progetto delle istituzioni. Precarietà e controllo non sono certo prerogative di Bologna: ma qui sono rese ancora più insopportabili dalla sproporzione tra la ricchezza della città e il grigiore del quotidiano. Proviamo allora a giocare d’anticipo: proviamo ad assumere il divenire metropoli di Bologna come terreno di movimento. Esercitiamo, senza smarrire il filo delle lotte e dei conflitti che attraversano la città, una nuova forma di immaginazione urbanistica e cartografica.
Disegniamo, inventiamo la nostra città consapevoli del fatto che altri disegni, a noi ostili, sono in campo, ma cogliendo al tempo stesso l’occasione rappresentata dall’assenza di un’ipotesi forte capace di sintetizzarli in una figura unitaria. Non possiamo che partire da qualche analisi parziale dei terreni su cui la virtualità del divenire metropoli di Bologna si esprime. Ma non è che l’inizio: meglio ancora, è solo una proposta di metodo che speriamo sia raccolta e fatta propria da una pluralità di soggetti che condividono con noi non soltanto il rifiuto della miseria del presente ma anche il desiderio di appropriarsi del futuro.